Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
2.1 L’Archivio di Casa Carducci e le carte delle poesie
È un «desiderio insaziabile di lima» (De Robertis 1939, p. 104) a spingere Carducci, sin dagli anni della giovinezza, a un lavoro continuo di revisione e perfezionamento dei propri versi. Una tensione creativa costante che si misura – correzione dopo correzione, variante dopo variante – sui suoi autografi oggi conservati presso l’Archivio Carte Carducci della Casa Museo dell’autore a Bologna (ACC).
Sono, in particolare, le prime tre buste della sezione Manoscritti di ACC a restituire il sedimento più vivo del laboratorio poetico carducciano: si tratta della serie archivistica Poesie. Organizzate dall’autore negli ultimi anni di vita, le carte relative agli scritti in versi sono raccolte in 471 fascicoli (253 nella prima busta, 124 nella seconda e 94 nella terza), disposti in ordine cronologico dal 1848 al 1900. Quasi ogni documento conserva la posizione assegnatagli da Carducci: un segno della cura con cui il poeta ha seguito la propria produzione, dall’atto della scrittura a quello – non meno significativo – della sua sistemazione ‘archivistica’.
Per ciascuna poesia di cui si conservano gli autografi, i materiali sono raccolti all’interno di una camicia (quasi sempre autografa) che, insieme con le carte che raccoglie, costituisce un fascicolo. Sul fronte della camicia compaiono di norma una datazione (più o meno precisa), una descrizione sintetica del contenuto e un titolo (talvolta quello definitivo, talvolta una forma precedente poi abbandonata). In mancanza di quest’ultimo, si riporta l’incipit, che non sempre corrisponde a quello fissato in sede di stampa (cfr. Casari-Caruso 2020, pp. 21-37). Sono pochi i testi privi di attestazioni manoscritte o di altro tipo.
Accanto al lavoro dell’autore – del quale si registra quindi, cosa non molto frequente, una vera e propria volontà d’archivio (cfr. Italia-Zanardo 2023, pp. 16-18) –, si colloca quello, paziente e competente, del bibliotecario Albano Sorbelli, che, all’inizio del Novecento, contribuì in maniera decisiva alla razionalizzazione e alla descrizione della sezione Manoscritti di ACC, intervenendo là dove la classificazione carducciana era incompleta o richiedeva chiarimenti (cfr. Sorbelli 1921-1923, I, pp. VII-LXXVIII).
Ne consegue che lo studioso deve integrare ciò che resta dell’organizzazione d’autore con l’intervento successivo di Sorbelli: l’ordine delle carte, la ricostruzione delle fasi di lavoro, l’attribuzione cronologica e funzionale dei documenti dipendono infatti dall’assetto archivistico assunto come riferimento. Mettersi nei panni dello studioso significa allora riconoscere che ogni scelta editoriale è già, in partenza, una scelta interpretativa, condizionata dall’organizzazione dell’archivio e dal modo in cui le diverse volontà che vi sono intervenute – dell’autore e dell’archivista – continuano a dialogare (o a entrare in tensione) tra loro.
La varietà dei documenti conservati nei fascicoli è notevole, al punto da sorprendere chi vi si accosti per la prima volta. Anzitutto, gli abbozzi e le prime stesure: si tratta per lo più di carte di recupero, da cui emerge il confronto dell’autore con l’idea balenante, vale a dire l’attimo in cui ha fissato per la prima volta ciò che era pensiero creativo. Il ductus è rapido e inclinato verso destra; alle rade correzioni in scribendo si accompagnano rifacimenti di poco successivi nell’interlinea superiore o – quando lo spazio non basta più – lungo i margini.
Non mancano poi le copie in pulito, spesso prossime alla forma che il poeta immaginava per la stampa. Possono essere autografe o idiografe, talvolta corredate di interventi correttori riconducibili alla mano dell’autore. È plausibile che Carducci, prima di inviare la propria copia in tipografia, chiedesse a un suo amico, o a un qualche occasionale collaboratore, di trascriverla, così da poterla conservare per sé.
Va osservato che raramente le redazioni intermedie sono state conservate. Assenza che non risponde a una volontà di occultamento da parte dell’autore, ma riflette una logica di conservazione selettiva, naturale in un archivio domestico mantenuto per decenni e successivamente riorganizzato. Ne consegue che alle volte i manoscritti conservati non rispecchiano il processo compositivo nella sua integrità, ma le sue fondamentali linee di sviluppo (cfr. OB 1988, pp. 16-17).
A quanto sinora detto, si aggiungono le bozze di stampa, con o senza correzioni dell’autore o di altri revisori, testimonianze della fase tipografico-editoriale in cui il testo veniva ulteriormente affinato.
Di grande interesse sono inoltre i ritagli o gli stralci di giornale, con le prime pubblicazioni di molte poesie o recensioni a esse dedicate. Carducci li conservava con scrupolo e, in più di un caso, questi documenti consentono oggi ricostruzioni delle vicende editoriali e della fortuna del testo altrimenti impossibili, anche dopo un accurato spoglio bibliografico.
Completano il quadro le lettere di richiesta di chiarimento e le brevi annotazioni critiche, che illuminano il dialogo dell’autore con amici, lettori (o detrattori) e specialisti. Insomma, l’Archivio carducciano è un organismo complesso e stratificato, capace di mostrare la vita del testo in (quasi) ogni sua fase: dall’intuizione iniziale alla circolazione pubblica.




