Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
3.3 Dichiarare una poetica: l’idea di poesia del giovane Carducci
Le Rime del 1857 sono poesie giovanili; eppure, in molte di esse sono già chiaramente riconoscibili alcuni tratti che caratterizzeranno l’opera del Carducci maturo: la passione per i classici, la cura rigorosa della forma, l’attenzione ai grandi temi dell’esistenza – l’amore, il dolore, l’amicizia, la patria, la natura –, considerati non come semplice materiale poetico, ma come occasione di riflessione morale e, spesso, civile.
Sarebbe tuttavia sbagliato leggere questa raccolta come una prova pienamente compiuta: le Rime mostrano anche un autore in formazione, ancora impegnato a definire la propria voce poetica. Proprio per questo il libro è prezioso: non è soltanto un “esordio”, ma un laboratorio, dove scelte e incertezze restano visibili e aiutano a capire come nasce un’identità poetica.
Il carattere in fieri è anche documentato al di fuori dei testi. Non dobbiamo infatti pensare alle Rime come il risultato di un’ispirazione momentanea, ma piuttosto di numerosi ripensamenti, prima e dopo la stampa. Lo documentano gli autografi conservati nell’Archivio di Casa Carducci a Bologna e, successivamente, le rielaborazioni e gli spostamenti dei componimenti nelle raccolte future (in particolare Levia Gravia e soprattutto Juvenilia). Un testo, infatti, vive nel tempo (quello del suo autore, il nostro e anche quello di chi ci ha preceduto) e cambia al mutare delle idee di chi lo scrive e delle intenzioni di chi lo legge.
All’interno della raccolta, alcuni componimenti svolgono una funzione esplicitamente programmatica e contribuiscono a dichiarare una poetica, funzionando come veri e propri segnali orientativi per il lettore: dai sonetti A Giuseppe Chiarini e A me stesso, sino ai canti A Ottaviano Targioni Tozzetti avvocato e Agl’italiani.
Le Rime possono essere lette, dunque, come un vero e proprio osservatorio della nascita dell’identità poetica carducciana. In esse convivono imitazione dei modelli, sperimentazione e ambizione civile. Se la voce non è ancora quella del Carducci maturo (per leggere il quale – stando alla critica – bisogna attendere almeno gli anni ’70 dell’800), il suo manifesto culturale è già chiaramente delineato: una poesia fondata sulla disciplina formale, sulla fedeltà alla tradizione e su una forte responsabilità morale e storica.
A Giuseppe Chiarini
Il sonetto che apre la raccolta, A Giuseppe Chiarini, svolge una funzione programmatica e proemiale. Carducci affida all’amico – come lui pedante – Giuseppe Chiarini una riflessione sul proprio apprendistato poetico e sul senso stesso del libro che il lettore sta per affrontare.
Nei vv. 7-8 il poeta esprime un giudizio autocritico sulla propria poesia giovanile:
Questo verso, che fioco or more quale
eco incerta per notte alta silente
Carducci paragona così i suoi versi a un’eco debole e incerta: la sua poesia è sentita come debole e incerta, così effimera da perdersi nel silenzio della notte. Eppure, a questa consapevolezza autocritica si affianca una tensione verso il futuro, affidata alla speranza si un canto più saldo e potente (vv- 5-6):
Che d’amor, d’ira e di pietà possente
surga con maggior suon pronto su l’ale
I suoi versi futuri sono immaginati come più saldi e vigorosi, capaci cioè di esprimere passioni alte e universali (amore, ira e pietà). La poesia non è pensata come semplice sfogo individuale (alla maniera romantica), ma come voce moralmente e civilmente responsabile, destinata a farsi ascoltare.
Il sonetto si chiude con una dichiarazione di appartenenza culturale e ideale (vv. 12-14):
Pago se alcun dirà: «fra il cieco errante
Vulgo, onde il bello italo nome è basso,
Fede ei teneva a ’l buon Virgilio e a Dante».
Virgilio e Dante rappresentano i modelli di una poesia fondata sulla disciplina formale, sulla continuità storica della lingua e su un’idea alta della funzione del poeta, distinta dal “vulgo”.
Nel testo convivono così due movimenti complementari: uno sguardo autocritico sul presente e una proiezione fiduciosa verso il futuro. A Giuseppe Chiarini offre quindi una chiave di lettura dell’intera raccolta, presentando le Rime come il primo tentativo consapevole di costruire un’identità poetica fondata sulla tradizione e su una forte ambizione morale e civile.
A me stesso
Il sonetto A me stesso, che chiude la sezione dei Sonetti, segna una svolta netta nell’idea di poesia del giovane Carducci. Il poeta prende congedo dalla lirica amorosa (ampiamente rappresentata nei sonetti precedenti: III-V, XIV, XVI, XVIII-XXIII), ormai giudicata inadeguata a un tempo storico segnato da inerzia e viltà: è la sonnacchiosa etade incapace di forti esempli dei vv. 1-2.
Al posto dei vani amori (v. 5), rivendica una poesia ispirata all’ardore civile (vv. 9-11):
Risorgerem poeti allor che fia
Scosso il torpore senza fine amaro
E la patria virtù musa ci sia.
La rinascita della poesia è subordinata al risveglio morale e civile della patria: solo quando verrà meno il torpore del presente il poeta potrà tornare a cantare. Il riferimento finale a Eschilo (v. 13) rafforza questa idea, indicando un modello di poeta per cui parola letteraria e impegno civile coincidono.
Con A me stesso Carducci porta così a compimento la parabola dei Sonetti: la poesia viene sottratta alla sfera privata e orientata verso una funzione pubblica, morale e patriottica. Il sonetto sancisce una scelta di campo destinata a trovare sviluppo, almeno in parte, nella sezione dei Canti.
A Ottaviano Targioni Tozzetti avvocato
Il componimento A Ottaviano Targioni Tozzetti avvocato, in apertura dei Canti, ribadisce l’idea del poeta come figura distinta dagli altri ‘tipi’ umani e riafferma un classicismo militante, legato a un’idea di autonomia culturale.
Nel testo sfilano alcune figure presentate in chiave negativa: il soldato feroce, dominato dall’ossessione della guerra (vv. 13-24); il mercante, disposto a rischiare la vita pur di inseguire il guadagno (vv. 25-40); e infine l’amatore vanesio, immerso in un’esistenza frivola e superficiale (vv. 41-48). Queste figure rappresentano forme diverse di alienazione: violenza, avidità, edonismo.
A questi modelli Carducci contrappone la figura del poeta (vv. 49-72), che si definisce per negazione rispetto al vulgo (v. 51) e alle sue logiche ed è descritto come amante delle Muse, eticamente integro, fedele alla tradizione classica e alla poesia italiana, estraneo alle mode letterarie contemporanee e alle influenze straniere percepite come “barbariche”. Si leggano, ad esempio, i vv. 57-60 e 69-72:
E deh la splendida Polimnia accordi
A me la cetera grave de 'l Lazio,
E pronta i fervidi metri d'Orazio
Canti e ricordi
Targioni, a ’l libero genio romano
Libiam noi liberi qui ne 'l gentile
Terren d’Etrurïa: lunge il servile
Gregge profano.
Posto all’inizio dei Canti, il componimento svolge una funzione di cerniera rispetto ai Sonetti, ribadendo e radicalizzando l’idea di poesia come scelta morale, culturale e ideologica, destinata a confrontarsi polemicamente con il presente.
Agl’italiani
Agl’italiani, dodicesimo canto della raccolta, rilancia esplicitamente la funzione civile della poesia, trasformando il verso in denuncia e appello morale. Carducci si rivolge infatti alla nazione, contrapponendo grandi progressi scientifici e tecnici dell’età moderna alla decadenza morale della società italiana (vv. 1-20). Le conquiste del sapere non bastano se non sono accompagnate dalla virtù (vv. 17-18):
Che val, se, in vizii pallidi feconda,
L'etade incerta sé medesma rode
La critica si rivolge poi a preti, filosofi e poeti ottimisti, accusati di annunciare una falsa rinascita civile (vv. 21-32). Una genìa bugiarda (v. 33), responsabile dell’inerzia morale e culturale del presente (vv. 33-44)
A questa Italia inerte e corrotta Carducci oppone il modello del passato comunale, fondato su patria, virtù e disciplina morale. Gli avi vivevano per il bene pubblico, educavano i figli al sacrificio e alla responsabilità, e combattevano per la libertà (vv. 45-92).
Nel presente, invece, la giovinezza appare corrotta dall’ozio, dall’esterofilia e da una cultura importata e imitativa (vv. 93-124). Non da simili costumi – osserva polemicamente Carducci – sono nati i difensori della libertà comunale e i vincitori delle grandi battaglie del passato.
Negli ultimi movimenti del canto, Carducci accusa l’Italia di non costruire più nulla di proprio, ma di vivere come scarto delle potenze straniere; economia, filosofia, politica e poesia risultano inutili se la virtù non alligna più nella stirpe (vv. 125-152). Da qui l’appello a tornare agli antichi eroi e alle arti indigene (vv. 153-160).
Il finale assume toni estremi e profetici (vv. 161-168): se l’Italia non sarà capace di risollevarsi moralmente e civilmente, allora è meglio che tutto perisca, fino alla profanazione delle ossa di Dante, simbolo ultimo della civiltà italiana (vv. 167-168):
E calpestin le sacre, a 'l vento date,
Ossa di Dante.
Con Agl’italiani Carducci porta alle estreme conseguenze la propria idea di poesia: strumento di giudizio storico, di denuncia e di chiamata alla responsabilità collettiva. Il testo rappresenta così il momento più esplicitamente politico e civile delle Rime.











