Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)

3.5 Imitare o creare: lingua e stile delle Rime

Il dialogo con i modelli del passato non rimane, nelle Rime di San Miniato, sul piano astratto dei temi o delle idee, ma si traduce concretamente nella lingua e nello stile dei componimenti. È qui che emerge con maggiore chiarezza la tensione che attraversa l’intera raccolta: imitare le voci della tradizione oppure creare una voce propria.

Per quanto riguarda la lingua, Carducci ricorre con frequenza a un lessico pieno di latinismi (alipedi, angea, equoreo, iliaca, pafie, Tidide, titanie), a costrutti sintattici ardui di ascendenza classica o trecentesca e a forme tradizionali che richiamano esplicitamente i modelli studiati.

Appunto per questo, la comprensione di molti testi delle Rime è possibile solo mettendoli in rapporto con le loro fonti (più o meno esplicite). La poesia di questa fase nasce spesso come riscrittura, variazione o ricalco di modelli precedenti: leggere le Rime significa dunque riconoscere un rapporto intertestuale costante, in cui il senso del testo emerge dal confronto con ciò che lo precede. Senza questo confronto, alcuni versi possono apparire oscuri, rigidi o persino artificiosi.

Non a caso, all’uscita della raccolta, un detrattore come Pietro Fanfani polemizzò prendendo singoli versi delle Rime e domandando provocatoriamente: «Che vuol dire?». La domanda non era soltanto ironica, ma rivelava una difficoltà reale: isolati dal loro retroterra letterario, quei versi risultavano difficili da decifrare. In questa fase, Carducci non è ancora un poeta ‘trasparente’: la sua scrittura presuppone un lettore colto, capace di riconoscere i modelli e di ricostruire il dialogo con la tradizione.

È significativo confrontare questa reazione con ciò che accadrà anni dopo, alla pubblicazione delle Odi barbare (1877, 1882 e 1889). Anche allora alcuni lettori gli porranno la stessa domanda su alcune poesie (come l’ode alla Regina Margherita o quella a Garibaldi), ma il contesto sarà profondamente diverso: Carducci avrà ormai conquistato un’autorità riconosciuta e il giudizio critico si rivolgerà non più contro un giovane imitatore, ma contro un poeta ormai percepito come Vate, cioè come voce autorevole della Nazione.

Nelle Rime, invece, creare e imitare restano in equilibrio instabile. L’imitazione non è ancora completamente interiorizzata e rimane (più o meno) visibile in superficie; allo stesso tempo, però, essa non va interpretata come semplice mancanza di originalità. L’imitazione svolge infatti una funzione non solo formale, ma anche critica: essa consente a Carducci di intervenire dall’interno contro la moda poetica del tempo (quella romantica), proponendo una poesia che, proprio attraverso la difficoltà e l’erudizione, mira a educare il lettore e a riformare il gusto, piuttosto che ad assecondarlo.

Le Rime mostrano dunque una lingua e uno stile in movimento: non ancora stabilizzati, ma già orientati verso un’idea di poesia fondata sul controllo formale, sulla consapevolezza storica della lingua e su una forte ambizione civile. È proprio in questa tensione tra imitazione e invenzione che si riconosce il laboratorio del giovane Carducci e si prepara la fisionomia più matura della sua poesia.