Il potere delle parole: il "Decameron" tra filologia e censura
2.4 Le Prose di Bembo e la canonizzazione linguistica
È il Cinquecento a consacrare definitivamente l’opera. Nei primi decenni del secolo, tra gli intellettuali delle corti italiane si infiamma il dibattito attorno alla questione della lingua: l’obiettivo è trovare una norma di scrittura che possa essere universalmente condivisa e applicata in tutta la penisola.
Tra le varie posizioni si afferma come vincente la proposta di Pietro Bembo (1470-1547), esposta nelle Prose della volgar lingua (1525): il trattato stabilisce le regole della lingua letteraria e gli autori eccellenti da imitare. Il modello prescelto per la poesia è Francesco Petrarca e per la prosa il Decameron di Giovanni Boccaccio, il cui esempio è già messo in pratica da Bembo nelle Prose stesse. Si tratta di un avvenimento che avrà conseguenze di lunghissimo termine nella storia della lingua, della letteratura e, in generale, della cultura, così come ne ha sulla fortuna del libro boccacciano. Pertanto, nel pieno Cinquecento il Decameron diviene oggetto di studio ed emulazione: si ricordino i lavori di interesse grammaticale-lessicografico di Francesco Alunno (Ricchezze della lingua volgare sopra il Boccaccio, 1543) o le riflessioni teoriche sul genere novella di Francesco Sansovino (Discorso sopra il Decameron, 1571) e di Francesco Bonciani (Lezione sopra il comporre le novelle, 1574). Allo stesso tempo, sono molti i novellieri ispirati al Decameron, imitato e superato, che vengono scritti e pubblicati nei decenni centrali del Cinquecento: le Novelle del Firenzuola e Le Cene del Lasca, che non avranno mai una princeps cinquecentesca; Le piacevoli notti dello Straparola, a cui si devono le prime fiabe scritte in volgare; gli Ecatommiti del Cinzio, profondamente segnate dalla cultura della Controriforma, e le Novelle di M. Bandello, la cui fortuna europea giunge fino a Shakespeare.
Così pure, sono numerosissime le edizioni a stampa dell’opera, molto discusse dagli editori anche sul piano filologico. Tra queste spicca l’edizione fiorentina dei Fratelli Giunti (1527), esemplata sul codice Ottimo Mannelli, destinato a diventare il testimone di riferimento per l’allestimento di tutte le principali edizioni dell'opera fino al riconoscimento dell’autografo hamiltoniano nel XX secolo

