Il potere delle parole: il "Decameron" tra filologia e censura

2.9 La novella di Alibech (III 10) e la “novella delle papere”

Di esito estremo, è l’alterazione della novella di Alibech, fanciulla che si converte al cristianesimo, si fa romita e impara rimettere il diavolo in «nel profondo del Ninferno» (III 10, BIBIT). Come si può immaginare, il testo subisce pesanti cassature, al punto da essere quasi illeggibile. Infatti, Salviati annota a margine di una pagina che ha risparmiato quei i monconi di testo solo per interesse linguistico (p. 197).
Ciò che più attira l’attenzione è però un altro sottile intervento operato nel discorso introduttivo al novellare che fa Dioneo:

[…] quantunque Amore i lieti palagi e le morbide camere più volentieri che le povere capanne abiti, non è egli per ciò che alcuna volta esso fra' folti boschi e fra le rigide alpi e nelle diserte spelunche non faccia le sue forze sentire: il perché comprender si può * (ed. Salviati, p. 196).

Dal brano originale viene abortita la parte semanticamente più rilevante della sentenza conclusiva: «il perché comprender si può alla sua potenza essere ogni cosa subgetta» (III 10, BIBIT). Quindi, anche in questo caso, l’intento di Salviati è intiepidire la forza prorompente della concezione decameroniana dell’Amore, a cui tutto è subordinato e a cui nessuno può sottrarsi. 
 


Lo stesso testimonia la “novella delle papere”. Infatti, commentando con alcune postile l’Introduzione alla Quarta Giornata, prima Salviati ricorda che le parole di Boccaccio devono essere interpretate ironicamente; poi suggerisce che il lettore «Pigli il lettore questo amare, secondo, che lo piglia il Petrarca: e così non imparerà mal costume»  (p. 206).
La pagina è una sintesi mirabile della diversa ricezione dei due autori trecenteschi da parte della cultura ufficiale nel XVI secolo.