Il potere delle parole: il "Decameron" tra filologia e censura

2.6 La “rassettatura” di Salviati

Tuttavia, l’intervento censorio dei Deputati fiorentini non è sufficiente a soddisfare le esigenze romane: Paolo Costabili, eletto proprio nel 1573 Maestro del Sacro Palazzo – teologo pontificio con prerogative di censura – richiederà presto una nuova e più restrittiva revisione dell’opera. Così, nel 1580 il Granduca Francesco I commissiona una nuova edizione “rassettata” a Lionardo Salviati (1539-89), cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano e fondatore dell’Accademia della Crusca, che tanto ambiva a questo incarico di sicura fama e guadagno. 
La nuova edizione è pubblicata dai fratelli Giunti in due diverse tipografie: la prima è prodotta a Venezia nell’Agosto del 1582 e la seconda a Firenze nell’ottobre dello stesso anno.

Con alcune piccole differenze, il Decameron di Salviati avrà quattro ulteriori edizioni entro la fine del secolo (Giunti, Venezia, 1585; Giunti, Firenze, 1587; Giorgio Angelieri, Venezia, 1594; Alessandro Vecchi, Venezia, 1597). Parallelamente, nel 1584 e 1586, il revisore fiorentino pubblica i due volumi degli Avvertimenti della lingua sopra il Decamerone: nel primo, suddiviso in tre libri, discute le scelte filologiche nell’allestimento del testo, la questione della lingua e l’ortografia; nel secondo volume, anch’esso suddiviso in tre libri ma dedicato alla grammatica, si dedica rispettivamente al nome, al caso e al vicecaso.
 

L’edizione di Salviati, debitrice della prova dei Deputati, allestisce il proprio testo critico sulla base del già citato codice Ottimo Manelli e lo arricchisce con nuovi paratesti. Il lavoro di Salviati è doppio: egli è sia filologo e sia censore. In entrambi i compiti, dimostra una discreta trasparenza nei confronti del lettore, a cui rende quasi sempre conto del proprio operato. Da filologo è chiamato a scelte di carattere ortografico, interpuntivo e lessicale, per le quali ricorre al sussidio di altri testimoni e non di rado al proprio ingenium. Da censore è tenuto a rendere il testo del Decameron accettabile per le nuove istituzioni controriformistiche. 

A quest’ultimo scopo, opera tre principali tipi di intervento: espunzione, riscrittura e commento. Nel primo caso, segnalato graficamente con un asterisco, sono rimosse porzioni di testo di lunghezza variabile, dalla singola parola al paragrafo di diverse righe. Nel secondo caso, segnalato con il carattere tondo e corsivo, Salviati muta i nomi dei personaggi e dei luoghi del racconto; in alcuni casi, a essere trasformate sono anche le ragioni che muovono le azioni dei protagonisti, ma la trama dei racconti è essenzialmente salvaguardata. Infine, tutelando talvolta il testo nella sua interezza, l’editore aggiunge a margine dello specchio di stampa delle postille di commento che valgono a giustificare il comportamento di un personaggio o a renderlo coerente alla morale cattolica. 

Il risultato finale è lo stravolgimento dell’opera di Boccaccio, depauperata del dinamismo retorico e morale che la contraddistingue. Dunque, il Decameron sopravvive come guscio linguistico-stilistco e repertorio narrativo di indubbio valore artistico, ma lo scotto da pagare è la rinuncia alla sua complessità ideologica