Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)

2.11 Una lettura guidata: il sonetto A Vincenzio Monti

1. Composizione e tradizione testuale

Il fascicolo ACC, Manoscritti, Poesie, 1.96 conserva due testimoni del sonetto A Vincenzio Monti: una nota autografa sulla sua composizione (c. 1r) e una bozza di stampa di R57 con appunti dell’autore (c. 2r). L’unica stesura manoscritta del testo è invece trasmessa da ACC, Manoscritti, Poesie, 1.95.02v: si tratta tuttavia di una bella copia per R57. In questa stesura manoscritta compaiono due differenti lezioni – proprii al posto di primi (al v. 2) e severa in luogo di possente (al v. 6) –, entrambe registrate sul margine della bozza di stampa ACC, Manoscritti, Poesie, 1.96.02r, che ben ne rileva l’anteriorità attraverso l’annotazione prima.

Secondo le indicazioni dell’autore (cfr. ACC, Manoscritti, Poesie, 1.96.01r), il sonetto fu composto a Celle (Siena) il 7 ottobre 1853, ripreso a San Miniato il 25 aprile e il 20 maggio 1857 in vista quindi della pubblicazione in R57, dove compare come undicesimo sonetto della raccolta. In origine Carducci aveva previsto per R57 un dittico di sonetti dedicati a Monti: Quando fuor de la pronta anima scossa e Te non il sacro verso e non la resa. Tuttavia, Fornaciari e Chiarini lo spinsero a escludere da R57 il primo dei due testi: pubblicò allora solo il secondo con il titolo A Vincenzio Monti.

Nelle raccolte successive (Levia Gravia 1868; Poesie 1871, 1875 e 1878), invece, solo il sonetto Quando fuor de la pronta anima scossa fu inserito come celebrazione di Monti. Il componimento Te non il sacro verso e non la resa (già A Vincenzio Monti) verrà invece ripubblicato in Juvenilia del 1880 (J80, III 43) e quindi nell’edizione del 1891 (O91, Juvenilia, III 45) con il titolo Ancora Vincenzo Monti e alcune varianti grafico-interpuntive, sintattiche e lessicali. In particolare, il mutamento del titolo è motivato dal fatto che, nella nuova sistemazione, il sonetto assume la funzione di secondo elemento del dittico dedicato a Monti, preceduto appunto dal sonetto Vincenzo Monti (inc. «Quando fuor de la pronta anima scossa»). Tra J80 e O91 si segnala un’unica variante al v. 7, consistente nella sostituzione della congiunzione disgiuntiva (in culto o natura) con quella copulativa (e).

 

2. Collocazione nella raccolta

All’interno di R57, A Vincenzio Monti appartiene alla serie dedicata ai grandi autori della letteratura italiana (sonetti VII-XIII; cfr. § 2.5). Una presenza che non ha carattere episodico, ma riflette un interesse critico duraturo di Carducci per Monti, di cui curò per Barbèra diverse edizioni delle sue opere all’interno della «Collezione Diamante» (Poesie liriche, 1858, pressoché coeva alla stesura della poesia; Canti e poemi, 1862; Tragedie, drammi e cantate, 1865; Versioni poetiche, 1869).

3. Motivi e nuclei tematici

1 Te non il sacro verso e non la resa Né il tuo verso sacro, né il fatto che hai restituito (resa) la poesia italiana alle sue prime origini e alla sua autentica natura hanno messo al sicuro l’Itala poesia, o Vate, dalla peste malvagia che affligge l’Italia.
2 A’ primi fonti ed a la sua natura
3 Itala poesia, vate, assecura
4 Da la rea peste, ond’è l’Italia offesa.
5 Mente, che il bene e il male austera pesa Perché la natura (il ciel) non ti ha concesso (t’invidiò), o anima dolce e pura, ma mossa da sentimenti contrastanti, una mente severa in grado di distinguere il bene dal male e di misurarsi con forza con il proprio tempo?
6 E possente co’ tempi si misura,
7 Per che il ciel t’invidiò, soave e pura
8 Ma ne’ discordi affetti anima accesa?
9 Ch’or non udrei de’ bordellier Catoni Se la natura te l’avesse concessa, ora non dovrei ascoltare le critiche (facil gola) sempre pronte contro di te dei falsi moralisti (bordellier Catoni), né le voci roboanti (polmoni) dei repubblicani a servizio della corte (cortigian Bruti).
10 Pronta pur sempre in te la facil gola,
11 Pronti e de’ cortigian Bruti i polmoni.
12 Moristi in povertade oscura e sola, Sei morto in povertà assoluta, o poeta di Gracco e di Mascheroni: costoro [i critici] invece prosperano grazie a parole servili.
13 O poeta di Gracco e Mascheroni:
14 Costoro ingrassa la servil parola.

 

Nel sonetto Carducci celebra Monti a trent’anni dalla scomparsa (1828) come capostipite di un neoclassicismo ancora in vita, che ha restituito all’Itala poesia (v. 3) le sue più pure origini classiche (è la resa A’ primi fonti ed a la sua natura dei vv. 1-2). Monti è stato – per Carducci – in grado di ravvivare il sentimento classico nella sua espressione più alta. Sicché la lode di Monti si rovescia, secondo una dinamica tipica delle Rime di San Miniato, in una critica del presente afflitto da la rea peste (v. 4) del Romanticismo, dal Monti avversato (si pensi all’elegante polemica con Madame de Staël).

Il sonetto opera, inoltre, una netta distinzione tra giudizio estetico (Monti poeta, nella prima quartina) e giudizio morale (Monti uomo, nella seconda): Carducci non ignora le sue contraddizioni (il trasformismo politico che ha portato De Sanctis 1879, II, p. 417 a definire Monti «segretario dell’opinione pubblica dominante»), ma afferma implicitamente che tali limiti non intaccano il valore della sua opera, che resta paradigmatica sul piano formale e civile, come invece vorrebbero i bordellier Catoni e i cortigian Bruti dei vv. 9 e 11.

Il riferimento al v. 13 alla tragedia Caio Gracco e alla visione in terza rima In morte di Lorenzo Mascheroni (detta anche Mascheroniana, il cui secondo canto ha pure ispirato l’epodo carducciano La Sacra di Enrico Quinto) individua con precisione il Monti tragico e civile, della fase post-esilio (1799-1800) e dell’adesione alla causa rivoluzionaria napoleonica (coerente con i sentimenti giacobini del giovane Carducci); non il Monti mondano e d’occasione (al servizio del potere ecclesiastico o austriaco).

 

4. Struttura metrica e organizzazione formale

Il componimento adotta lo schema ABBA ABBA CDC DCD, attestato in altri 5 casi all’interno di R57 (cfr. § 2.7). La tradizionale struttura bipartita del sonetto (quartine vs terzine) è qui cartina tornasole di differenti angoli visuali, principio organizzatore del discorso poetico articolato in una serie di opposizioni: il Monti poeta vs il Monti uomo; il passato esemplare vs il presente degradato; e così via.

5. Modelli, lingua e stile

Il sonetto impiega un registro solenne e fortemente classicheggiante. Il lessico è elevato, l’andamento oratorio (si pensi all’interrogativa vv. 5-8) e la sintassi compatta. Non mancano tessere prelevate dalla tradizione (tra esse, spiccano quelle petrarchesche: soave e pura di Rvf CLXII 9 e oscura e sola di Rvf CCXVIII 13).

6. Redazioni a confronto

La poesia, come si è detto, viene accolta nel terzo libro di Juvenilia già nell’edizione del 1880 e giunge alla sua forma ne varietur nella stampa del 1891.

R57 O91 (in Juvenilia III 45)
A Vincenzio Monti

Te non il sacro verso e non la resa
A’ primi fonti ed a la sua natura
Itala poesia, vate, assecura
Da la rea peste, ond'è l'Italia offesa.

Mente, che il bene e il male austera pesa
E possente co’ tempi si misura,
Per che il ciel t'invidiò, soave e pura
Ma ne' discordi affetti anima accesa?

Ch’or non udrei de’ bordellier Catoni
Pronta pur sempre in te la facil gola,
Pronti e de’ cortigian Bruti i polmoni.

Moristi in povertade oscura e sola,
O poeta di Gracco e Mascheroni:
Costoro ingrassa la servil parola.
Ancora Vincenzo Monti

Te non il sacro verso e non la resa
A’ primi fonti e a la natìa drittura
Itala poesia, vate, assecura
Da la rea pèste ond’è l’Italia offesa.

Mente che il bene e il male austera pesa
E possente co’ tempi si misura
Perché negaro a te culto e natura,
O buona a’ vari affetti anima accesa?

Ch’or non udrei de’ bordellier Catoni
Pronta pur contro te la facil gola,
Pronti e de’ cortigian Bruti i polmoni.

Tu moristi in vecchiezza oscura e sola,
O poeta di Gracco e Mascheroni:
Costoro ingrassa la servil parola.

 

Dal confronto fra le due redazioni, poco significative risultano le varianti grafico-interpuntive. Vale tuttavia la pena accennare – sulla scia di Tommasin (2014, p. 40) – alla tendenza, nel passaggio dalle Rime a Juvenilia, a introdurre segni diacritici (v. 4: peste > pèste), condotta abbastanza frequente soprattutto nelle Odi barbare, in cui la loro presenza serve a sottolineare il particolare andamento prosodico barbaro.

Per quanto riguarda le varianti lessicali e/o sintattiche si osserva un lavoro di limatura volto a conferire al dettato poetico una maggiore chiarezza, se non una più netta precisione semantica. Si pensi, ad esempio, alla variante che interessa il v. 7 e, nello specifico, il mutamento del verbo: da t’invidiò di R57 a negaro di O91 (ma già in J80). Si tratta di una modifica da non poco conto, soprattutto se si guarda alla struttura sintattica della seconda quartina in R57, caratterizzata da notevole complessità e ambiguità interpretativa.

In questa redazione, infatti, t’invidiò presenta uno statuto sintattico incerto: il verbo può essere inteso sia in senso assoluto (“il cielo ti invidiò”), sia in senso transitivo (“il cielo ti diede per invidia”). Nel primo caso, mente (v. 5) e anima (v. 8) sarebbero apposizioni del pronome ti (v. 7); nel secondo, invece, il cielo avrebbe assegnato per invidia a Monti una mente incapace di distinguere il bene dal male e di misurarsi con forza con il proprio tempo (vv. 5-6), mentre anima potrebbe essere sia oggetto (come mente) di t’invidiò sia apposizione di ti (cosa forse più probabile).

Con l’introduzione di negaro nella redazione definitiva, il passo acquista al contrario maggiore chiarezza sintattica e precisione semantica: il culto e la natura (non più il ciel) avrebbero negato alla mente (v. 5) di Monti gli strumenti necessari per una salda moralità. In questo caso, anima (v. 8) risulta chiaramente apposizione di te (v. 7).