Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
2.3 Gli Amici Pedanti e la polemica con i poeti odiernissimi
Mentre Carducci definisce, attraverso riscritture e tentativi di organizzazione in raccolte, il proprio apprendistato poetico, prende forma in lui una posizione critica sempre più netta nei confronti di una parte della letteratura coeva. Tale atteggiamento non matura in isolamento, ma all’interno di una rete di rapporti intellettuali e amicali che, a metà degli anni Cinquanta, trova una prima, esplicita manifestazione nella polemica degli Amici Pedanti contro i poeti odiernissimi (cfr. Bacci 1909 e Parenti 1950). Ma procediamo con ordine.
Nel 1856, Braccio Bracci pubblica una piccola raccolta di versi, Fiori e spine. Nuovi canti (Livorno, Tipografia La Minerva). L’edizione è accompagnata da una lettera di Francesco Domenico Guerrazzi, datata Toga, 24 settembre 1854, nella quale la penna di Bracci viene definita come quella di un «uccello destinato al gran volo». Nella stessa lettera, Guerrazzi esorta tutti i poeti italiani a prendere ispirazione dalla grande poesia romantica d’Oltralpe: «guardate la poesia de’ cento poeti Alemanni moderni, e dei Pollacchi e degli Scandinavi, e perfino dei Russi [...] studiatela, io vi scongiuro, [...] queste varie poesie vi apriranno nuovi ed immensi orizzonti: percorreteli vi basteranno le ali» (Guerrazzi 1854).
Il Romanticismo cui si richiama Bracci – e, con lui, i cosiddetti poeti odiernissimi – non va inteso nei termini assunti dal movimento in ambito tedesco o anglosassone, ma come una declinazione specificamente italiana, modellata sull’esperienza di Giovanni Prati, allora forte di un vasto successo di pubblico e divenuto il riferimento di molti poeti. Fra il 1840 e il 1870 si profila in Italia il cosiddetto ‘secondo romanticismo’ (cfr. Balduino 1967, pp. 7-17): una produzione letteraria caratterizzata spesso da un tono lacrimoso, da un sentimentalismo di maniera e da un adeguamento italiano alla cultura europea (abbondano non a caso le traduzioni da Goethe, Schiller, Byron, Heine, ecc.). Dai contemporanei questa letteratura è percepita come ‘vuota’, soprattutto per la debolezza del suo radicamento storico e civile: il propendere verso un individualismo eccessivo è visto come un allontanamento da una letteratura intesa come espressione della società.
La pubblicazione del libro di Bracci rende quindi improvvisamente manifesto un conflitto culturale già in atto, ma sino ad allora latente. Giuseppe Torquato Gargani, amico di Carducci e, come lui, avverso al gusto romantico d’importazione, reagisce per primo. Pubblica così nel luglio del 1856 una Diceria su Bracci e altri poeti odiernissimi. L’opuscolo – di appena 62 pagine e in tiratura limitata (solo 250 esemplari) – è stampato a spese degli Amici Pedanti, come si legge sul piatto anteriore dell’edizione: è questa la prima attestazione esplicita del gruppo di giovani intellettuali formato, oltre che da Gargani, da Carducci, Giuseppe Chiarini e Ottaviano Targioni Tozzetti. La formula apertamente ironica e polemica finisce così per funzionare da vera e propria denominazione del gruppo.
Come spiega anni dopo Chiarini (1907, pp. 77-112), non si tratta inizialmente di un sodalizio formalmente costituito, ma di un gruppo di amici che condividono letture, discussioni e un comune orientamento culturale. Carducci, Chiarini, Gargani e Targioni Tozzetti sono legati da rapporti di amicizia e consuetudine ben anteriori al 1856; tuttavia, è proprio l’uscita della Diceria a determinare la loro prima, esplicita autoidentificazione pubblica come Amici pedanti.
La Diceria suscita immediate e vivaci reazioni. Diversi giornali attaccano con durezza Gargani, accusandolo il suo scritto di passatismo, arroganza e sterile culto dei classici, tanto che Ferdinando Martini arriva a scimmiottarlo Su’ Diceria (Martini 1922, p. 256).
Di fronte a tali attacchi, gli Amici Pedanti reagiscono in modo compatto. Nel dicembre dello stesso anno danno alle stampe la Giunta alla derrata (vale a dire il sovrappiù che si aggiunge alla parte essenziale, identificata nella posizione già espressa da Gargani nella Diceria), un volume di oltre 160 pagine concepito come risposta collettiva ai poeti odiernissimi e ai lor difensori: siamo davanti a una provocazione pubblica di notevole rilievo. Il libro si articola in due parti: la prima, Ai poeti nostri odiernissimi e lor difensori, firmata dagli Amici Pedanti; la seconda, Ai giornalisti fiorentini, consiste in una replica di Gargani accompagnata da commenti e chiose pungenti.
La polemica contro il Romanticismo assume un significato che travalica il piano puramente letterario. Come osserva Torchio (2009, pp. 65-66), Carducci – e con lui gli Amici Pedanti – fa della poesia classica e del suo corredo mitologico una vera e propria fede civile, pur nella consapevolezza della frattura storica che separa il mondo moderno dall’antichità: il richiamo ai classici non è dunque evasione, ma scelta militante. Le speranze suscitate dai moti del 1848-1849 in Toscana rappresentano per quella generazione «un corso pratico d’amor di patria e d’odio degli stranieri» (Chiarini 1901, p. 303); il ritorno degli Austriaci nell’Italia centro-settentrionale segna invece una brusca disillusione, che spinge molti giovani intellettuali a rifugiarsi nella letteratura come spazio di resistenza simbolica. Dante, Petrarca, Alfieri, Foscolo e Leopardi diventano così i numi tutelari di un patriottismo letterario alternativo alla sottomissione politica e culturale dei tempi moderni.
A ciò si aggiunga che nel secondo dei discorsi Della moralità e della italianità de’ poeti nostri odiernissimi, pubblicati appunto nella Giunta alla Derrata, Carducci individua nel Romanticismo una forma di «servitù delle menti latine ai popoli barbari», stabilitasi in Italia proprio nel momento del rafforzamento del dominio austriaco. Da qui la celebre identificazione tra classicismo e indipendenza nazionale: «disputare se romantici abbiamo da essere o classici equivalga a disputare se nostra madre Italia debba essere serva di tutti o padrona almeno di sé, ultimissima fra le nazioni o non ultima» (OEN V, p. 184).



