Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
2.4 Verso le Rime di San Miniato
La corretta lettura delle Rime di Carducci, pubblicate nel 1857 dall’editore Ristori a San Miniato, presuppone la loro collocazione nel contesto della polemica fra gli Amici Pedanti e i poeti odiernissimi, che si protrae almeno sino al giugno 1859, quando viene pubblicato l’ultimo fascicolo del «Poliziano», periodico nato nel ’58 per volere di Carducci, Chiarini e Targioni Tozzetti.
Del resto, è lo stesso Carducci a confermare questa prospettiva nelle Risorse di San Miniato (1882, che confluiscono poi in Confessioni e battaglie), testo in cui il poeta ripercorre retrospettivamente la storia dell’approdo a stampa delle Rime del 1857, collocandole esplicitamente nel clima polemico degli anni immediatamente precedenti. È dunque opportuno seguire la traccia offerta dall’autore stesso, assumendo le Risorse come guida privilegiata per ricostruire le circostanze ideologiche, culturali ed editoriali che accompagnano la nascita del libro.
L’attenzione va pertanto rivolta al significato complessivo delle Rime come libro e alla loro funzione all’interno della polemica antiromantica degli Amici Pedanti. Il classicismo cui esse sono programmaticamente votate non va infatti inteso come semplice adesione formale a un canone tradizionale, ma come una precisa scelta ideologica e culturale. Da questo punto di vista, le Rime rappresentano una delle forme che il patriottismo risorgimentale assume sul piano letterario: l’amore della lingua si compenetra con l’amore della patria e la disciplina formale diventa strumento di affermazione identitaria, opposizione alla “servitù intellettuale” e rivendicazione di un’autonomia nazionale anche sul terreno della poesia. È tuttavia riduttivo leggere l’approdo a stampa delle Rime esclusivamente alla luce di questo orizzonte polemico e ideale, senza cioè tenere conto delle circostanze materiali e biografiche che ne condizionano la pubblicazione.
Il 25 novembre 1856 Carducci ventunenne si trasferisce a San Miniato in Tedesco per assumere l’insegnamento di retorica presso il ginnasio locale. Lontano da Firenze e Pisa, il poeta si trova a vivere in un contesto periferico e modesto, condividendo una casa con due amici e colleghi, Pietro Luperini e Ferdinando Cristiani, soprannominati rispettivamente Trombino e Tromba. La quotidianità è segnata da ristrettezze economiche, mitigate dalla benevolenza dell’oste Afrodisio e del caffettiere Micheletti, che concedono credito ai giovani insegnanti, e dalle riunioni ‘letterarie’ nella loro casa (che il vicinato chiama de’ maestri, mentre per loro è la Torre bianca).
È appunto la pressione delle difficoltà materiali a favorire la decisione di pubblicare un libro di versi: le 90 lire al mese di stipendio sono una cifra insufficiente per sostenere le spese di uno stile di vita costoso e pagare il canone d’affitto. Come ricorda Carducci nelle Risorse di San Miniato, è l’amico Luperini a proporgli di tentare la via della stampa per alleviare una situazione finanziaria sempre più precaria. Dopo un’iniziale esitazione, il poeta si lascia convincere. Del resto, il tipografo Ristori gli garantisce un’edizione economica e trattamento da amico, purché sia Carducci stesso a procurargli la carta per la stampa. Il 1° aprile 1857 Carducci annuncia quindi a Chiarini la decisione: «Jacta est alea! Il Manifesto per le mie Rime toscane è stampato: né posso più ritirarmi» (LEN I, p. 309).
La distanza da Firenze, suo principale centro di relazioni culturali, rende indispensabile il ricorso costante agli amici. Carducci sollecita più volte Chiarini e gli altri pedanti affinché lo aiutino a trovare sottoscrittori per il volume in preparazione, vale a dire sostenitori che si impegnano ad acquistare l’opera prima della pubblicazione, versando in anticipo una quota in modo da garantire all’autore e all’editore una base economica sicura. E ancora a loro si rivolge, una volta uscito, per assicurarne la diffusione (o, meglio, la vendita). Nonostante tali sforzi, l’esito commerciale dell’impresa si rivela deludente: la vendita delle Rime non riesce a risolvere le difficoltà economiche dell’autore, né a garantirgli un ritorno immediato.
Ad ogni modo, le ristrettezze economiche sono tali da influire anche sulla fisionomia del libro. Nella lettera già citata a Chiarini, Carducci delinea un progetto ampio e articolato per un volume provvisoriamente intitolato Rime toscane, dotato di una prefazione in prosa (che oggi si legge in OEN V, pp. 200-210), una prefazione in versi e quattro sezioni distinte: sonetti, odi, ballate e canti. Nel giro di poche settimane, tuttavia, il disegno viene drasticamente ridimensionato: tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, il libro risulta ormai ridotto a due sole parti, quella dei sonetti e quella dei canti. Agli amici – in particolare, oltre a Chiarini, Felice Tribolati e Raffaello Fornaciari – fa ancora una volta riferimento per correggere le poesie e le prove di stampa, che sono già pronte all’inizio di luglio. Il volume vede infine la luce il 23 luglio 1857 nella forma che oggi conosciamo.
Prima di procedere oltre, va chiarito un aspetto rimasto sino ad ora in ombra. Nelle Risorse di San Miniato, Carducci tende a presentare le Rime come l’esito di un lavoro in gran parte già compiuto. Tuttavia, la realtà risulta essere ben diversa: sebbene a quell’altezza cronologica il poeta disponga di un numero consistente di testi e abbia alle spalle precedenti tentativi di organizzazione in raccolte, tra gennaio e luglio del 1857 compone ex novo 9 sonetti e 2 canti, mentre corregge, completa o rifonde numerosi altri componimenti. Questo intenso lavoro dell’ultimo momento conferma come le Rime del 1857 non costituiscano il semplice coronamento di una produzione precedente, ma il risultato di una scelta selettiva e consapevole, in cui contingenza biografica e progetto culturale si intrecciano, fra necessità materiali e volontà di affermazione nell’agone poetico del tempo.
Per quanto riguarda gli aspetti più minuti della genesi testuale – la stratificazione delle redazioni, le dinamiche di riscrittura e la complessa vicenda genetico-editoriale dei singoli componimenti – si rinvia agli studi di Emilio Torchio (Torchio 2009, pp. 39-55 e R57 [2009]), che forniscono un’analisi puntuale e sistematica.

