Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
2.5 Gli elementi paratestuali dell’edizione
A questo punto, è possibile iniziare a sfogliare l’edizione del 1857, interrogandone la struttura e l’organizzazione interna (cfr. Torchio 2009, pp. 55-66 e R57 [2009]).
È anzitutto opportuno partire da quei «segnali accessori» (Genette 1997, p. 5) che ne accompagnano la ricezione e ne orientano l’interpretazione, completandone e, al contempo, illuminandone più chiaramente il significato. Nel caso dell’edizione delle Rime del 1857, tali elementi paratestuali (che, appunto, si depositano attorno al testo) costituiscono un sistema di soglie atto a mediare il rapporto tra opera e lettore. Il loro esame consente infatti di ricostruire il progetto autoriale, chiarendo presupposti ideologici, scelte formali e strategie di autorappresentazione.
Quasi subito in apertura del volume, sul verso del frontespizio, troviamo citati i vv. 7-10 dell’elegia I vii di Properzio:
|
Nec tantum ingenio quantum servire dolori |
E son costretto non tanto a seguir l’estro, ma a dolermi (traduzione di Roberto Gazich; Properzio 1993, p. 43) |
L’esergo mette in evidenza le difficoltà della vita del poeta (soprattutto di ordine materiale), contrapponendo l’ingenium al dolor, che ha la meglio sul primo (aetatis tempora dura queri). In questa prospettiva, secondo Torchio, Carducci alluderebbe alla speranza che le sue poesie possano procuragli fama e quindi una condizione di vita migliore (cfr. R57 [2009], p. 3). A questa interpretazione, si aggiunge quella proposta da Elena Salibra, secondo cui Carducci «intende avvertire che queste rime sono più il frutto della fatica che dell’ispirazione» (R57 [2006], p. IX).
La lettura della premessa in prosa, pronta il 21 giugno 1857, ma poi non pubblicata (cfr. OEN V, pp. 200-211), consente tuttavia di precisare ulteriormente il senso dell’esergo. In essa Carducci dichiara esplicitamente di non aspettarsi lodi per la sua raccolta e respinge tanto un’idea utilitaristica della poesia quanto il gusto romantico allora dominante (le teoriche moderne) rivendicando invece un’arte intesa come esercizio morale, consolazione interiore e forma di resistenza alla moda del tempo. Alla luce di queste affermazioni, il servire dolori di Properzio non rinvia soltanto a una sofferenza materiale o alla ricerca di fama, ma diventa il segno di una poesia conquistata con sforzo, nata nel disagio e nella marginalità. L’esergo segnala così insieme la precarietà concreta della condizione del giovane Carducci e la scelta deliberata di una poesia severa, non accomodante, fondata sulla fatica più che sull’abbandono ispirato.
La pagina a fronte di quella recante l’epigrafe properziana ospita il secondo dei segnali paratestuali della raccolta, vale a dire la dedica a Giacomo Leopardi e a Pietro Giordani.
Scritta a mo’ di epigrafe lapidea, la dedica lega assieme due figure centrali per la letteratura italiana del primo Ottocento, Giacomo Leopardi (1798-1837) e Pietro Giordani (1774-1848). L’ordine appare in realtà del tutto coerente con la natura dell’opera: Leopardi è anzitutto poeta e il volume di Carducci è una raccolta poetica; risulta quindi naturale che la dedica si apra con il suo nome, indipendentemente dal ruolo svolto da Giordani come suo ‘scopritore’.
Come ha osservato Torchio (R57 [2009], pp. 5-7), legare Leopardi a Giordani equivale inoltre a suggerire una lettura classicistica dei Canti (Napoli, Starita, 1835) e implica, in filigrana, una presa di distanza dal Romanticismo allora dominante (in una linea che trova puntuale riscontro nel primo sonetto della raccolta, per cui cfr.§ 2.5.1). Sul piano ideologico, inoltre, il richiamo a Giordani assume un valore politico preciso, di opposizione al moderatismo cattolico toscano. All’interno del gruppo degli Amici Pedanti, infatti, il giordanesimo diviene via via «un’insegna di guerra contro manzoniani e moderati», nonché di anti-neoguelfismo e anti-conformismo (Treves 1992, III, p. 59). La dedica si configura allora come una soglia interpretativa decisiva: Carducci orienta il lettore sin da subito alla lettura delle Rime anche in chiave civile e ideologica.
Si apre quindi il corpo vero e proprio delle Rime, articolato nelle due sezioni dei Sonetti e dei Canti, che è infine suggellato da un’epigrafe, disposta in posizione speculare a quella di apertura.
|
Quis leget haec? – min’ tu istud ais? – Nemo, hercule. – Nemo? – – Vel duo vel nemo: turpe et miserabile! – Quare? – |
«Già; ma chi vuoi che legga roba di questo genere?» A me lo chiedi? Nessuno, per Ecole. «Nessuno?» O due o nessuno. «Che vergogna! Che miseria!» E perché? (traduzione di Ettore Barelli; Persio 1959, p. 123) |
Con il distico tratto dalla prima satira di Persio (vv. 1-2), Carducci vaticina – in forma deliberatamente ironica – lo scarso successo delle sue Rime presso il pubblico a lui coevo, abituato a leggere e ad apprezzare i poeti romantici e non quelli pedanti (cfr. anche R57 [2009], p. 281).


