Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
2.6 La struttura (e il contenuto)
La raccolta comprende, nell’ordine, 25 sonetti e 13 canti (l’ultimo dei quali, Saggi di un canto alle Muse, è diviso in tre parti o Saggi): in totale quindi 38 componimenti sistemati dall’autore in due sezioni distinte e numerate indipendentemente, Sonetti e Canti.
La partizione risponde anzitutto a un criterio metrico-formale, che distingue la forma breve e chiusa del sonetto da quella più ampia – e strutturalmente più complessa – del canto. Tutti i Sonetti sono corredati di un titolo, in molti casi coincidente con il destinatario del componimento; i Canti, invece, presentano sempre uno o più destinatari e un’epigrafe (assente solo nell’ultimo). In questa sezione, cinque canti recano un’intitolazione vera e propria (Dante, La bellezza ideale, Ultimo inganno, Per la processione del Corpus-Domini e Saggi di un canto alle Muse), mentre negli altri casi la funzione di titolazione è assolta dal destinarlo o dai destinatari. L’elenco posto di seguito, disposto secondo l’ordine di R57, rende immediatamente visibile questa bipartizione e consente una prima ricognizione dei destinatari e dei nuclei tematici chiamati in causa:
| I. A Giuseppe Chiarini | I. A Ottaviano Targioni Tozzetti avvocato |
| II. A Felice Tribolati avvocato | II. A una sposa |
| III. Per una giovinetta | III. Dante |
| IV. Ad essa giovinetta | IV. A Giulio Partenio |
| V. Morte ed amore | V. A Enrico Pazzi scultore |
| VI. A Enrico Nencioni | VI. Agli amici commensali |
| VII. A Pietro Metastasio | VII. La bellezza ideale |
| VIII. A Carlo Goldoni | VIII. Alla Beata Diana Giuntini |
| IX. A Giuseppe Parini | IX. Ultimo inganno |
| X. Al sepolcro di Vittorio Alfieri | X. A Febo Apollo |
| XI. A Vincenzio Monti | XI. Per la processione del Corpus-Domini |
| XII. A Giovanni Battista Niccolini | XII. Agl’italiani |
| XIII. Al Conte Terenzio Mamiani della Rovere | XIII. Saggi di un canto alle Muse |
| XIV. Per la mia donna | |
| XV. Alla sepoltura di un giovine | |
| XVI. A una fanciulla | |
| XVII. A un cavallo | |
| XVIII. Nuovo amore | |
| XIX. Del mio amore e dell’amata | |
| XX. Desiderio di quiete | |
| XXI. Per una fanciulla | |
| XXII. Ad essa fanciulla | |
| XXIII. Sopra un fazzoletto | |
| XXIV. Ai sepolcri dei grandi italiani in Santa Croce | |
| XXV. A me stesso |
I Sonetti
La sezione dei Sonetti è costruita secondo una progressione chiaramente riconoscibile, che le conferisce una funzione architettonica e programmatica all’interno dell’intera raccolta. Non si tratta, dunque, di una semplice giustapposizione di testi, ma di una sequenza dotata di un proprio sviluppo tematico e ideologico.
Il componimento d’apertura, A Giuseppe Chiarini, svolge una funzione esplicitamente proemiale. L’indirizzo all’amicissimo non ha un valore soltanto affettivo, ma segnala sin dall’inizio l’orizzonte culturale entro cui le Rime intendono collocarsi: una poesia che nasce dall’intreccio di amore, ira e pietà (in senso latino) e che, se nel presente appare ancora incompiuta, aspira a una piena maturazione futura, quando il verso potrà sorgere «con maggior suon» (v. 6). Il sonetto è costruito su un movimento duplice: da un lato, il bilancio autocritico di una giovinezza interamente consacrata alle Muse; dall’altro, la proiezione verso un canto più saldo e autorevole, affidato all’età matura. Al tempo stesso, il poeta rivendica il proprio collocarsi nella linea della tradizione latina e volgare, dichiarando l’ambizione di seguire Virgilio e Dante, in opposizione implicita – ma già ben riconoscibile – a ogni forma di esterofilia romantica (è il «cieco errante / Vulgo» dei vv. 12-13). Il lettore è così avvertito sin dall’esordio che il bersaglio polemico della raccolta non è soltanto letterario, ma anche civile.
Questa tensione si sviluppa lungo l’intera sezione attraverso due fili tematici principali (dichiarati in limine nel secondo sonetto), quello amoroso e quello patriottico, che si intrecciano e si alternano. Il motivo dell’amore domina il dittico sulla giovinetta (III-IV), il sonetto Morte e amore (V), è presente in filigrana in VI, torna con forza in XIV e XVI, approda a una svolta nella sequenza inaugurata dal Nuovo amore per Emilia Orabuona (XVIII-XXII) e conosce un punto di arresto in XXIII. Parallelamente, il tema civile e nazionale si concentra soprattutto nella serie di sonetti dedicati ai grandi autori della tradizione italiana (VII–XIII), lascia tracce più isolate in XVII e culmina nel sonetto XXIV, dedicato Ai sepolcri dei grandi italiani in Santa Croce. L’unico sonetto che esorbita dallo spettro del tema dell’amore e di quello della passione civile è Alla sepoltura di un giovine (XV), in cui viene biasimato un giovane ragazzo da poco morto per aver consumato interamente la propria giovinezza nello studio.
La sezione dei Sonetti si chiude con A me stesso, testo che raccoglie e insieme risolve i due motivi principali. Il poeta dichiara di voler troncare il canto dei «vani amori» (v. 5) e di riservare la propria voce a un futuro risveglio civile: la poesia tornerà quando la patria si sarà destata dal torpore. La parabola complessiva della sezione appare così chiaramente delineata: dall’auspicio iniziale di una poesia futura più forte, attraverso l’alternanza di amore e impegno civile, sino alla scelta finale di dismettere i contenuti poco impegnati, subordinando il canto alla causa della patria.
I Canti
Rispetto alla compattezza strutturale dei Sonetti, la sezione dei Canti occupa una posizione eccentrica. Essa non si configura come una prosecuzione tematica o cronologica della prima parte della raccolta, ma come un insieme di testi in parte autonomi, la cui disposizione sembra rispondere più a esigenze pratiche di confezione del libro che a un disegno compositivo unitario.
Il primo canto, un’ode saffica indirizzata a Ottaviano Targioni Tozzetti, svolge tuttavia una funzione di raccordo con la sezione precedente. In apertura, Carducci invita l’amico a mettere temporaneamente da parte gli studi giuridici per prestare ascolto alla poesia. Il componimento presenta poi una galleria di tipi umani: il soldato feroce (vv. 13-24), il mercante (vv. 25-40), l’amante vanesio (vv. 41-48) e, in opposizione a tutti loro, il poeta (vv. 49-72). L’invito conclusivo a brindare al «libero genio romano» (v. 69) suggella il valore programmatico del testo, riaffermando l’adesione di Carducci a una tradizione poetica autoctona e classica, e ribadendo, sin dall’esordio della sezione dei Canti, l’autonomia della sua poesia da ogni suggestione romantica d’importazione.
Il secondo è un’ode nuziale dedicata a una sposa: l’esortazione alla maternità richiama modelli settecenteschi, in particolare pariniani, e comporta la deliberata esclusione di ogni elemento licenzioso tradizionalmente associato all’epitalamio.
Segue, con soluzione di continuità tematica, l’ampia canzone su Dante (III), articolata in nove stanze per un totale di oltre duecento versi. Seduto presso una tomba fiorentina (il modello è chiaramente il Leopardi di Sopra il monumento di Dante), Carducci rievoca la figura di Dante come poeta civile e profeta della nazione, intrecciando biografia, riflessione storica e giudizio morale. Centrale è il passaggio dalla lirica amorosa alla meditazione politico-civile attraverso lo studio dell’antichità, che consente a Dante di elaborare una visione unitaria dell’Italia, fondata su una concezione etica e politica della poesia.
Un ulteriore momento di riflessione civile è offerto dal canto indirizzato a Giulio Partenio (IV): Carducci esorta l’amico ad abbandonare la poesia amorosa per rivolgere il canto alla decadenza morale e politica della patria, contrapponendo alla viltà contemporanea l’esempio storico delle età comunali, quando l’impegno civile e la virtù collettiva avevano prodotto grandezza politica e culturale.
Analoga funzione di biasimo assume il canto dedicato allo scultore Enrico Pazzi (V), celebrato come uno dei pochi contemporanei impegnati a contrastare l’oblio della tradizione nazionale attraverso l’arte.
La bellezza ideale (VII) e l’Ultimo inganno (X) recuperano moduli stilnovistici e due-trecenteschi per dare forma a ballate amorose di ampio respiro, mentre Alla Beata Diana Giuntini (VIII) fonde elementi cristiani e pagani per provare a costruire una poesia religiosa non manzoniana. A questo tema, nella forma della lauda cristica, si lega anche il canto XI, Per la processione del Corpus-Domini (dell’11 giugno 1857).
La varietà della sezione prosegue con testi simposiaci (Agli amici commensali, VI), profani a tema amoroso (A Febo Apollo, X), religiosi (Per la processione del Corpus-domini, XI), fino ai due Canti conclusivi (XII-XIII), che recuperano ambizioni più alte. Per Torchio (R57 [2009], p. 239), tuttavia, la loro collocazione risponderebbe «alla necessità di rielaborarli fino all’ultimo momento utile» e non a un disegno dell’autore. Agl’italiani (XII) denuncia la corruzione morale e politica della nazione, invocando un ritorno alle virtù degli avi. Saggi di un canto alle Muse (XIII), articolato in tre frammenti, chiude la raccolta con un esplicito progetto metapoetico: una riflessione sulla nascita della poesia, sul rapporto tra mito e civiltà e sulla funzione storica del canto, concepito come sintesi fra lirica ed epica.
Nel loro insieme, i Canti mostrano dunque il versante più mobile e sperimentale delle Rime del 1857. Se i Sonetti offrono l’ossatura ideologica del libro, i Canti documentano un laboratorio ancora aperto, in cui Carducci prova metri, registri e modelli destinati a trovare sviluppi più compiuti nelle opere successive.




