Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)

2.8 I modelli e la lingua

Aveva senz’altro ragione Geremia Barsottini nel rimproverare in questi termini il giovane Carducci, suo allievo alle Scuole Pie degli Scolopi a Firenze, all’indomani della pubblicazione delle Rime:

 

Anche a me piacciono i Classici: e incapace io di imitarli, ne lodo negli altri l’imitazione: ma non nel tuo modo servile servilissimo, da scrivere in cento modi senza scrivere in uno che sia il tuo. Ne’ tuoi componimenti non è un carattere tuo proprio; e secondo che prendi a imitare Petrarca, Parini, Leopardi od altri intarsiandone le parole, le frasi, i versi, tu comparisci sempre diverso; talché le tue rime sembrano una raccolta di differenti autori (Fatini 1939, p. 269).

 

Al di là dei toni, certamente oggi discutibili (ma cfr. Sapegno 1972, pp. 205-213), il giudizio coglie con lucidità un tratto reale delle Rime di San Miniato: la loro natura profondamente imitativa, fondata su un continuo attraversamento di modelli classici (Omero, Virgilio, Orazio) e volgari (Dante, Petrarca, Tasso, Savioli, Parini, Monti, Foscolo, Leopardi), che si riflette tanto nella scelta dei generi quanto nelle soluzioni linguistiche e stilistiche. La raccolta appare effettivamente come un mosaico di voci, metri e registri diversi, in cui il poeta appena ventiduenne sperimenta, talora in modo ancora irrisolto, una pluralità di tradizioni.

E tuttavia, proprio ciò che Barsottini percepisce come limite – la mancanza di un carattere proprio – costituisce, a ben vedere, uno dei dati strutturali più significativi dell’esperienza poetica carducciana degli anni Cinquanta: non tanto segno di servilismo, quanto indice di un apprendistato consapevole, in cui l’imitazione funziona come strumento di conoscenza, di assimilazione e di verifica della tradizione.

Sul piano linguistico, questa fase giovanile conferma Carducci come poeta pienamente immerso nel proprio tempo, ma già dotato di una forte coscienza storica della lingua. Nei componimenti delle Rime di San Miniato persegue consapevolmente un arcaizzare scolastico e letterario, che risponde tanto a un’esigenza di disciplina formale quanto a una polemica implicita contro l’orizzonte romantico contemporaneo; si tratta tuttavia di un atteggiamento destinato a essere progressivamente ridimensionato negli anni della maturità, quando molte rigidità giovanili verranno corrette o abbandonate (cfr. Serianni 2009, p. 61). Carducci opta per un moderato accoglimento dell’uso toscano e per un profondo ossequio alla tradizione letteraria (dal Trecento al Cinquecento), intesa non come modello monolitico e sacrale, bensì come riserva plurale di soluzioni stilistiche e di registri espressivi (cfr. Tomasin 2010-2011, pp. 178-179 e Tomasin 2014, pp. 1-36).

L’assenza di uno stile e quindi di una lingua propria non indica un fallimento, ma piuttosto segnala un momento di progressiva selezione e interiorizzazione del materiale poetico depositato dalla tradizione, che troverà assetto stabile solo nelle successive raccolte.