Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
2.9 Le prime critiche: Fanfani e le sue postille
Nelle ultime pagine delle Risorse di San Miniato, Carducci racconta come, subito dopo la stampa delle Rime, i «debiti, anzi che estinguersi, dilagano», al punto tale che, inseguito dai creditori, è costretto a fuggire da San Miniato. Con ironia amara, il poeta ricorda quindi come, in sua assenza, le Rime rimangono «esposte ai compatimenti di Francesco Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Emiliani Giudici, agl’insulti di Pietro Fanfani» (CB 2001, p. 51), alle cicale e al loro strillare, chiudendo il racconto là dove lo aveva aperto.
A ben guardare, infatti, già nell’incipit delle Risorse Carducci prende di mira il linguaiolo Fanfani con una nota filologico-linguistica sul verbo frinire, da lui riesumato dalla Fabbrica del mondo di Francesco Alunno per designare il canto delle cicale. A tal proposito, osserva polemicamente Carducci, frinire può essere usato al massimo per una sola cicala; quando sono molte e cantano insieme, lo strepito è ben altro: uno strillo (tanto delle cicale, quanto dei suoi detrattori).
L’arco narrativo delle Risorse – a ben venticinque anni dall’uscita delle Rime – continua a tendere fra questi due poli e la presenza di Fanfani ne scandisce in modo emblematico il passaggio dalla polemica giovanile all’ironia erudita della maturità.
A dare fuoco alle polveri è proprio Fanfani, che l’8 e il 14 agosto 1857 pubblica in due puntate sul giornale diabolico «La Lanterna di Diogene» una recensione alle Rime di San Miniato in forma anonima (anche se ne è subito riconosciuto come l’autore). Si avvia così un serrato botta e risposta: da un lato Carducci – definito l’Achille degli Amici Pedanti –, che replica sulla «Lente»; dall’altro Fanfani che continua ad attaccarlo sulla «Lanterna» – assumendo di conseguenza il ruolo di Tersite.
In sostanza, Fanfani rimprovera a Carducci di imitare quasi in maniera centonaria i poeti antichi e gli segnala via via problemi di lingua o di stile; da parte sua, Carducci gli risponde con altrettanta puntualità, giustificando le proprie scelte attraverso il rinvio a fonti classiche e a luoghi paralleli. La scaramuccia fra Carducci e Fanfani si esaurisce già a metà settembre, nel giro quindi di poche settimane: ma riemerge in altre forme (anche a distanza di molti anni).
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Fanfani |
Carducci |
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Recensione alle Rime di Giosuè Carducci (parte I), «La Lanterna di Diogene», a. II, n. 13 (08.08.1857), pp. 1 e 4. Recensione alle Rime di Giosuè Carducci (parte II), «La Lanterna di Diogene», a. II, n. 14 (14.08.1857), p. 3. |
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Prima lettera al direttore Elpidio Micciarelli, «La Lente», a. II, n. 34 (25.08.1857), pp. 2-3 (poi in OEN V, pp. 212-219 e Veglia 2010, pp. 321-327). |
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Le bizze di Giosuè Carducci, «La Lanterna di Diogene», a. II, n. 16 (28.08.1857), p. 3. |
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Seconda lettera al direttore Elpidio Micciarelli, «La Lente», a. II, n. 35 (01.09.1857), pp. 3-4 (poi in OEN V, pp. 220-228 e Veglia 2010, pp. 328-334). |
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Il povero Giosuè Carducci vagella, e gli scrive questa lettera, «La Lanterna di Diogene», a. II, n. 17 (05.09.1857), pp. 1-2. |
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Terza lettera al direttore Elpidio Micciarelli, datata 08.09.1857 e destinata alla «Lente» del 15.09.1857 (a. II, n. 36), ma non pubblicata (rimasta inedita sino a OEN V, pp. 228-244 e Veglia 2010, pp. 335-344). |
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Così all’amichevole si rimpedula il cervello al dottor Giosuè Carducci, «La Lanterna di Diogene», a. II, n. 18 (12.09.1857). |
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Nel frattempo, e mutati in parte i detrattori, la polemica si estende anche ad altri giornali, tra cui il «Passatempo», già avversario dei Pedanti dopo la Giunta alla derrata (cfr. § 2.4), con la penna del suo direttore Giuseppe Polvermi, e il «Momo» che il 26 marzo 1858 (a. I, n. 12, pp. 46-47) pubblica due sonetti satirici di Carducci, A Rondellone e Caracalla (recuperati prima in J80, quindi in O91, con il titolo A Messerino e A Bambolone), rispettivamente contro Polvermi e l’erudito fiorentino Agenore Gelli (per un quadro più completo si veda Torchio 2009, pp. 72-77, ma cfr. anche Chiarini 1907, pp. 95-105, 453-483, Gaudioso 1922, pp. 139-142 e Biagini 1971, pp. 64-96). E va per altro detto che, tra l’agosto del 1857 e l’aprile del 1858, Carducci compone una serie di componimenti satirici e burleschi indirizzati ancora una volta a Fanfani: è la corona di sonetti intitolata Fanfaneide (cfr. LEN I, p. 272), ma mai giunta alle stampe. Solo nel 1880 Carducci ne seleziona alcuni per pubblicarli nel V libro dei Juvenilia (si pensi, ad esempio, a Pietro Fanfani e le postille e a Il Burchiello ai linguaioli, composti rispettivamente nel settembre e nel dicembre del 1857).
È difficile non riconoscere nella lunga (e reciproca) ostilità fra Carducci e Fanfani, oltre che un forte risentimento personale (quello del Carducci ventiduenne per la stroncatura della sua prima raccolta di poesie), l’espressione di un conflitto più profondo, che oppone nel tempo due scuole di pensiero e, più in generale, due diversi orizzonti culturali. Non mancano infatti fra i due successive discussioni, che tornano ad alimentare polemiche in apparenza estinte: nel 1862, Carducci e Fanfani si scontrano su una differente interpretazione della tradizione testuale dei Sette savi, uno dei cicli di novelle più fortunati nella storia della letteratura (cfr. Colombo 2009); nel 1865, in occasione della recensione carducciana («Rivista italiana», a. VI, n. 246 [2 ottobre 1865], pp. 380-381) alle Lettere inedite di Nicolini, Monti e Giordani pubblicate da Pietro Bigazzi (Firenze, Barbera, 1865); e, infine, nel 1871, quando Carducci è coinvolto da Tribolati in una schermaglia grammaticale che aveva visto ancora una volta l’intervento di Fanfani (cfr. Tomasin 2010-2011).
