Il primo Carducci: le "Rime" di San Miniato (Ristori, 1857)
3.7 Costruire un’opinione: giudizi sulle Rime
Dopo avere analizzato le Rime di San Miniato dal punto di vista storico-letterario, linguistico e formale, è possibile compiere un ultimo passo: costruire la propria opinione sull’opera, come fanno i veri studiosi di letteratura.
Un’opinione consapevole, però, non nasce nel vuoto. Per questo è utile confrontarsi con i giudizi espressi dai contemporanei di Carducci, che reagirono alle Rime in modo spesso polemico e acceso. Leggere queste critiche non significa accettarle passivamente, ma capire quali aspetti del libro risultarono più controversi e perché.
Le Rime del 1857, appena pubblicate, non passano inosservate e generano subito discussioni, polemiche e persino scontri personali. Tra i critici più duri spicca Pietro Fanfani, che nell’agosto del 1857 attacca le Rime sulle pagine della rivista satirica «La Lanterna di Diogene».
Fanfani accusa il giovane Carducci di imitare in modo eccessivo e artificiale i poeti antichi, di usare una lingua arcaizzante e di costruire versi più eruditi che veri. A suo giudizio, il classicismo delle Rime non sarebbe il segno di una scelta culturale consapevole, ma di un esercizio pedantesco e scolastico, lontano dalla sensibilità moderna.
Ma appena cominciato [a leggere le Rime] ci cascò il pan di mano, e strascinatici in fondo a mala fatica, dovremmo conchiudere che questo librecciuolo non è altro che una Raccolta di poesiucole di più tra le tante che se ne vede usci fuori a questi giorni.
Imitazione servile e affettata de’ poeti antichi; soverchio abuso di modi e figure di poeti latini e greci volute scodellar pari pari nella poesia italiana; nojosa e continua introduzione di versi intieri d’altri poeti; nojosissimo e scolarescamente puerile rinfrancescare di patronimici e di parole composte alla greca; sconfinata presunzione che fa parlar l’autore come se fosse poeta veramente, e poeta già noto, già vecchio, già sommo.
[P. Fanfani, Recensione alle Rime di Giosuè Carducci (parte I), «La Lanterna di Diogene», a. II, n. 13 (08.08.1857), p. 1]
Carducci non accetta però la stroncatura e risponde con decisione sulle pagine della «Lente», difendendo punto per punto le proprie scelte linguistiche e stilistiche attraverso continui rinvii alla tradizione classica e alla storia della lingua italiana.
Ho veduto quello indefinibile sragionamento sulle mie rime da taluno imprestato alla Lanterna di Diogene [...]. Piglio le mosse dalle bugie. – 1. E prima dicesti bugia quando riprendesti nelle mie rime la noiosa e CONTINUA introduzione di versi INTIERI d’altri poeti. Una volta fra’ galantuomini usava di provare quello ch’altri diceva a carico d’una persona: or dunque o tu prova con citazioni questa CONTINUA introduzione d’INTERI versi altrui, o togliti per la prima volta il titolo di bugiardo. – 2. La seconda bugia che tu dicesti rimproverandomi un noiosissimo e scolarescamente puerile rinfrancescare di patronimici. De’ patronimici [...] nelle mie rime non ve ne ha che tre [...]. A te spetta citare gli altri [...], o ti è forza pigliarti per la seconda volta il tutolo di bugiardo. – 3. E dici la terza bugia, aggiungendo al citato sopra: e di parole composte alla greca. Di coteste parole nelle mie rime non ve ne ha; se tu non vogli chiamare parola composta pari-a-gli-dei; [...]. Or via cita [...] tutte queste parole composte, o portati in pace per la terza volta il titolo di bugiardo.
Ma dopo questo un altro titolo parmi ti si addica: quello di falsatore delle altri parole.
[G. Carducci, Prima lettera al direttore Elpidio Micciarelli, «La Lente», a. II, n. 34 (25.08.1857), pp. 2-3]
Ne nasce un acceso botta e risposta che, pur durando poche settimane, rivela molto più di una semplice rivalità personale: dietro lo scontro tra Carducci e Fanfani si confrontano due diverse idee di poesia e di cultura. Da un lato una concezione normativa e conservatrice della lingua; dall’altro l’idea carducciana di una poesia che recupera i modelli del passato per fondare una nuova identità letteraria, rigorosa e civile.
Queste prime reazioni mostrano che le Rime non furono percepite come un innocuo esercizio giovanile, ma come un libro polemico e divisivo. Proprio per questo, leggerle oggi significa anche interrogarsi sui loro limiti e sulle loro ambizioni: se da un lato il classicismo del giovane Carducci può apparire rigido e talvolta artificioso, dall’altro esso rivela una precoce volontà di fare della poesia uno strumento di intervento culturale e morale. Confrontarsi con le critiche contemporanee aiuta dunque a costruire un giudizio personale più consapevole, capace di tenere insieme distanza critica e comprensione storica dell’opera.
